Platone comico, frammento 201 K.-A.

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Platone comico, frammento 201 K.-A.

Messaggio  V. Ortoleva il Ven Mag 21, 2010 4:26 pm

Il bel seminario di Giacomo Mancuso del 19 maggio 2010 mi ha spinto a riflettere ulteriormente sul frammento 201 K.-A. di Platone comico, in particolare sui vv. 3 e 4.

Per quanto riguarda il v. 3, ritengo che il testo pubblicato dagli editori del frammento dia un senso soddisfacente, se si riesce a scorgere il doppio senso nelle parole di Demo. Questi infatti prima chiede una penna e un catino per vomitare (ὅπως ἐμέσῃ) e poi dice: προσίσταταί μου πρὸς τὸ βῆμα Μαντίας cioè «mi pesa sulla mia tribuna Mantia». Nel senso che «vedere Mantia sulla mia tribuna mi provoca un tale peso sullo stomaco, che per liberarmi devo provocare volontariamente [si noti πτερόν] il vomito» (a scopo terapeutico). In effetti al medio προσίστημι può assumere il significato tecnico, proprio della lingua medica, di «pesare [ad es. sullo stomaco]» (non di «vomitare», si badi bene), e può essere costruito con πρός in riferimento all'organo sul quale la cosa indigesta pesa. A tal proposito mi sembra illuminante Hippocr. de affect. 14,4: ἢν δὲ προσίστηται πρὸς τὴν καρδίην χολὴ ἢ φλέγμα, ἐπιπίνοντες ὕδωρ ψυχρὸν ἢ μελίκρητον, ἐμούντων. Nei versi comici di Platone Μαντίας sarebbe il corrispettivo di χολὴ ἢ φλέγμα e μου πρὸς τὸ βῆμα di πρὸς τὴν καρδίην. E poi si noti soprattutto ἐμούντων («vomitino») in Ippocrate e ὅπως ἐμέσῃ («per vomitare») nelle parole introduttive di Plutarco. Per μου in una simile posizione si veda infine Ar. eq. 910: Ἀπομυξάμενος, ὦ Δῆμέ, μου πρὸς τὴν κεφαλὴν ποψῶ.

Per quanto riguarda il v. 4 (βόσκει δυσώδη Κέφαλον, ἐχθίστην νόσον), sono meno sicuro. Tuttavia non si può non notare che βόσκω significa anche «alimentare una malattia» (il Montanari riporta Soph. Phil. 313: βόσκων τὴν ἀδηφάγον νόσον, e non a caso del Filottete si è anche parlato nel corso del seminario). L'equivalente del termine «cefalo» è impiegato in alcuni dialetti italiani per indicare l'organo sessuale maschile. Che Platone abbia giocato con il nome dell'oratore creando un doppio senso osceno con allusione a una qualche malattia venerea?


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V. Ortoleva
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Ancora su Plat. Com. fr. 201,3 K.-A.

Messaggio  Giacomo Mancuso il Mer Giu 30, 2010 4:16 pm

Desidero, innanzitutto, ringraziare il professore Ortoleva per avermi fornito ulteriori spunti di riflessione in merito al tormentato v. 3 del fr. 201 K.-A. di Platone Comico e mi scuso, nel contempo, per il ritardo con cui rispondo alle sue interessanti osservazioni.

Né il Liddell-Scott né il lessico di Montanari registrano la costruzione del verbo προσίστημι con πρός e l’accusativo, e, sotto questo riguardo, è merito del professore Ortoleva aver richiamato la mia attenzione su questa possibilità. In effetti, pare che il verbo (soprattutto al medio) si costruisca più comunemente con πρός seguito dal dativo nel senso di ‘mi vado a collocare presso’, com’è naturale attendersi, dal momento che πρός con il dativo è adatto a designare più lo stato in luogo che il moto a luogo (anche se quest’ultima possibilità, quantunque meno frequente, non è del tutto esclusa dalla lingua greca). Ho l᾿impressione che la costruzione di προσίσταμαι con πρός seguito dall’accusativo sia una peculiarità del linguaggio medico, ma la questione meriterebbe ulteriore approfondimento e confesso che mi sono mancati la pazienza e il tempo per compiere un esame accurato. E inoltre, va rilevato che negli scritti del Corpus Hippocraticum il verbo costruito con πρός seguito dall’accusativo assume al medio piuttosto il significato di ‘mi muovo verso’ (cioè admoveor, per cui cf. Index Hippocraticus s.v. προσίστημι), in linea con la funzione peculiare dell’accusativo, e non già quello di ‘peso su’ (come si ricava da Nat. Puer. 15 [=VII 494,26 Littré] ἔστι δ᾿ ὅτε καὶ πρὸς τὴν κύστιν [sc. αἱ μῆτραι] προσίστανται καὶ πιέζουσι καὶ κλείουσι τὴν κύστιν καὶ στραγγουρίην παρέχουσιν: è evidente che προσίστανται significa solamente ‘si muovono verso’, tant’è che l’autore sente la necessità di aggiungere πιέζουσι ad indicare che l’utero ‘preme/pesa’ sulla vescica e provoca stranguria; così traduce, infatti, il Littré (VII 495): «parfois encore elles se portent vers la vessie, la pressent, la ferment, et produisent la strangurie».
Ma procediamo con ordine. Poche sono le attestazioni delle forme attive con valore transitivo: Ulc. 10 (=VI 408,7 L.) detto di spugne che vanno applicate sulle parti ‘scollate’ (ἐπὶ τὰ ἀφεστηκοότα σπόγγους ἐπιδέων προσιστάναι) di una piaga, dopo che l’infiammazione sia cessata (ma come si può notare la preposizione usata è ἐπί) e forse Int. 28 (=VII 240,13 L.), a proposito di una forma di epatite, detto della χολή (καὶ χολὴν μάλιστα προσίστησι πρὸς τὸ ἧπαρ, anche se preferirei leggere con θ καὶ χολὴ μάλ. προσίσταται πρὸς τὸ
ἧπαρ).

Al medio il verbo si trova usato in senso proprio con il valore di admoveor (e conformemente al valore stativo-resultativo del perfetto con la significazione di ‘mi sono mosso verso’ e quindi ‘mi trovo/sto presso’, adhaereo, cf. Aff. 27 [=VI 238,21 L.], a proposito di rimedi per il colera) detto del φλέγμα o della χολὴ πρὸς τὴν καρδίην (Aff. 14 [=VI 222,1 L.], febbri estive; Morb.II 5 [=VII 12,23.24 L.], σφακελισμὸς τοῦ ἐγκεφάλου), di una σκληρίη ? (Mul. II 129 [=VIII 276,10 L.], confesso che la costruzione non mi è chiarissima), ma soprattutto dell’utero (μῆτραι/ὕστεραι). La medicina antica, com’è noto, ignorava che l’utero fosse ancorato alle pelvi e lo riteneva un organo libero di muoversi all᾿interno della cavità addominale in direzione del cuore (Mul. II 124 [=VIII 266,20 L.]; Mul. II 203 [=VIII 388,2 L.]; Nat.Mul. 62 [=VII 400,3 L.], in tutti e tre i passi si parla di rimedi in caso di soffocamento uterino, sed ἐς τὴν καρδίην in Nat. Mul. 62 e in Nat. Mul. 87 [=VII 408,6 L.] senza complemento di moto, scil. πρὸς τὴν καρδίην), della vescica (cf. Nat. Puer. 15, citato sopra), degli ipocondri (Mul. II 126 [=VIII 270,6 L.], soffocamento uterino, sed codd. προστῶσιν pro προσστῶσιν), spiegando attraverso questa teoria di dislocamento dell’utero anche le varie forme di isteria.

Per traslato προσίσταμαι può designare una relazione di ostilità e si costruisce assolutamente o con il dativo: in ambito medico esso assume il valore di invado, occupo, detto di sintomi (VM 19 [=I 618,12 L.], οξύτητες cum datAer. 8 [=II 36,5 L.], βράγχος καὶ βαρυφωνίη cum dat.; Epid. VII 96 [=V 450,21 L.], πνῖγες cum dat. [προσίσταντο Littré: προ- codd.]; Coac. 238 [=V 636,9 L.], ἀλαμώδεα πτύαλα καὶ βήξ cum dat.; Morb. II 56 [=VII 88,12 L.], ᾗ δ᾿ἂν ὀδύνη προσίστηται; Mul. II 177 [=VIII 360,3 L.], ὀδύνη [codd. προστῇ] e Epid. V 20 [=V 220,5 L.] καὶ ὀδύνη πρὸς τὰ ὑποχόνδρια προσίστατο, a proposito di un tale Eudemo che soffriva di emorroidi (o forse meglio admovebatur ? cf. sopra); Int. 27 [=VII 238,15 L.], πνίγμα; Mul. I 7 [=VIII 32,1 L.], πνίξ; Mul. I 11 [VIII 44,14 L.], ὄχλος cum dat Dent. 19 [=VIII 546,10 L.], βήξ cum dat.).

In alcuni pochi casi il verbo vale sistor, sυpprimor (ma non sono rilevanti per il nostro problemα); credo poco, invece, all’eventualità che προσίσταται possa assumere valore impersonale con il significato di molestum est, obtaedescit; gli esempi addotti nell’IH possono trovare altra spiegazione e, del resto, gli estensori stessi dell’Index non paiono del tutto sicuri riguardo a tale possibilità di significazione, sed non hic est locus.

Ciò premesso, torniamo al nostro verso. Carel Gabriel Cobet, da alcuni considerato il più grande ellenista del XIX secolo, ritornò per ben tre volte sul frammento (nel 1840, nel 1856 e nel 1878 a quasi trent’anni, quindi, di distanza dal primo intervento); due furono, invece, le proposte interpretative di August Meineke (1840 e 1847). Come facevo notare nel corso del seminario, la difficoltà individuata dai due studiosi consiste verosimilmente nel fatto che προσίσταται πρὸς τὸ βῆμα ad indicare il movimento di colui che va a prendere posto sulla tribuna degli oratori per tenere un discorso è iunctura non attestata in greco e, difatti, per ben due volte (nel 1840 e nel 1878) Cobet avvertiva l’esigenza di modificare il verbo proponendo πρόσεισι in prima e προσέρχεται in seconda battuta (e tanto προσιέναι quanto προσέρχεσθαι πρὸς τὸ βῆμα sono iuncturae attestate in greco). Meineke (1847), invece, rimaneva fedele alla paradosis, ma assegnava al verbo il significato di mihi facit nauseam, correggendo il tràdito μου in μοι e risolvendo il problema di πρὸς τὸ βῆμα con un intervento sulla punteggiatura (1847): προσίσταταί μοι. πρὸς τὸ βῆμα, Μαντία [sic] nauseam mihi facit Agyrrhius (aliusve demagogus); adscende tu in suggestum, Mantia. Con l’unica eccezione di Theodor Kock (1880), l’intervento sul pronome personale proposto da Meineke è stato accolto da tutti gli editori dei frammenti comici sino alla sfortunata edizione di Edmonds (1957), anche da coloro che non hanno accettato la sua interpretazione complessiva del verso; fedeli al tràdito μου sono, invece, rimasti gli editori e commentatori più recenti dei frammenti comici nonché gli editori e commentatori di Plutarco (salvo francamente affermare, come fa Hubert [1957], «sed totus versus non intellegitur»). Un regresso rispetto al lavoro fatto dai grandi filologi ottocenteschi rappresentano, quindi, traduzioni come le seguenti: «Beside my platform Mantias takes his stand» (Fowler 1936); «sta avvicinandosi alla mia tribuna Mantia» (Barigazzi 1984); «Mantias kommt nach vorne an das Pult» (Pirrotta 2009). Della proposta di intendere il verbo «eo sensu, quo saepe apud oratores solet, de iis qui adstant aut circumstant in comitiis aut in iudicio» avanzata nel 1856 Cobet dovette sentirsi insoddisfatto, probabilmente perché essa ancora una volta non risolveva la difficoltà del πρὸς τὸ βῆμα al posto del quale ci si aspetterebbe il dativo semplice; ma questo non impedisce a Caiazza (1993) ed Olson (2007) di tradurre rispettivamente: «sta accanto alla mia tribuna Mantia» e «Mantia is standing beside my speaker’s stand». A ‘metà’ fra le traduzioni riportate sopra sta Valgiglio (1974): «presso la mia tribuna ha preso posto Mantia». E però, πρὸς τὸ βῆμα con verbi di stato vale propriamente ‘in direzione di’ ovvero designa lo ‘stare appoggiati’ ad un muro, una colonna e simili: per designare lo ‘stare accanto’ ad un rialzo, quale la tribuna da cui parlavano gli oratori, non mi pare vada bene (si vedano gli esempi riportati nei lessici e nelle grammatiche di consultazione: Schwyzer II 510 ‘an etwas lehnen’, Kühner-Gerth II/1 518ss.; si può trarre anche profitto da W.A. Lamberton, ΠΡΟΣ with the Accusative, Philadelphia 1891).

Il lieve ritocco proposto da Meineke (μοι pro μου; sulla punteggiatura non credo sia necessario intervenire, come mostrerò più avanti) consente di cavare dal verso un senso accettabile e soprattutto permette di superare le difficoltà sintattiche che sorgono dai tentativi di interpretare letteralmente il nesso προσίσταται πρὸς τὸ βῆμα: la proposta dello studioso non ha dato, tuttavia, i frutti sperati. Ne tiene conto Edmonds (1957), traducendo malamente: «Here’s Mantia going to – disagree with me» e presupponendo l’esistenza di «a play upon two meanings of προσίσταμαι, to approach (the Gk. adds the orator’s platform) and to disagree with», ma da quanto detto sopra si evince che la prima parte dell’osservazione non è corretta.
Fra gli editori e commentatori di Plutarco ha trovato seguito la proposta interpretativa di Carrière (1984) che traduce il verso: «Mantias me remonte à la…tribune» e annota che προσίστασθαι deve essere preso «au sens de “remonter à la gorge” (cf. De vitando aere alieno, 831 B). Le mot attendu à la place de βῆμα serait donc στόμα». Pisani (1992) rende: «Mantia mi vien su…alla tribuna», riprendendo l’osservazione di Carrière e precisando che il verbo «avrebbe qui il senso di “venir su in gola”, detto di cibo che non si è digerito e si sta per rigettare (cfr. Plutarco...)»; Giardini (1995): «Mantia mi vien su, verso la tribuna» e osserva: «“mi vien su” è detto come di qualcosa difficile da digerire». Ma vediamo cosa c’è scritto in De vitando aere alieno, 831 B. Coloro che prendono denaro a prestito vengono paragonati prima ad una persona sporca di fango che, invece di star ferma, continua a muoversi col risultato di insozzarsi sempre di più, poi a dei malati di colera che non vogliono seguire le prescrizioni del medico e ὅσαι τοῦ ἔτους ὧραι, μετ᾿ὀδύνης καὶ σπαραγμῶν τὸν τόκον ἀναφέροντες, ἐπιρρέοντος εὐθὺς καὶ προσισταμένου, πάλιν ναυτιῶσι καὶ καρηβαροῦσι. Il quadretto ha tutto il sapore di una descrizione nosografica: è chiaro che προσισταμένου, anche se Carrière non lo rileva, è usato in senso tecnico. Ma quale senso? Io credo che qui il verbo valga invado, occupo e non admoveor. Dagli esempi ippocratici riportati sopra mi pare si ricavi chiaramente che προσίσταμαι/admoveor è detto di umori o organi del corpo e la parte del corpo verso la quale si muove l’organo o l’umore è sempre specificata con πρός e l’accusativo, tranne un solo caso in cui essa è facilmente ricavabile dal contesto; qui il τόκoς è assimilato piuttosto ad un sintomo come πνίγμα, βήξ etc. E c’è di più, Pisani e Giardini peggiorano la situazione, dal momento che nel passo plutarcheo il verbo non è affatto usato «di cibo che non si è digerito e si sta per rigettare» o per «qualcosa difficile da digerire»: va da sé, inoltre, che il passo rappresenta uno pseudo-parallelo, perché l’usus plutarcheo non garantisce che il verbo abbia il medesimo significato in un frammento che riporta le parole di Platone Comico e non di Plutarco. Si badi bene, inoltre, che il verbo usato in entrambe le accezioni di significato (invado e admoveor) non implica per se né una sensazione di peso né una di nausea, la sensazione di nausea è una conseguenza (πάλιν ναυτιῶσι), un sintomo successivo, e il vomito nei passi ippocratici è indotto dal medico (nelle patologie che prevedono questo tipo di cura), non dal verbo (post hoc non propter hoc).

Dalla maniera come, invece, Plutarco introduce e, in un certo qual senso, parafrasa il nostro passo si ricava l’impressione che Δῆμος provi una sensazione di nausea e per tale ragione chieda un catino ed una piuma per vomitare. È, quindi, Mantia stesso (che io non vedo alcuna difficoltà ad intendere, a differenza di Meineke, come soggetto di προσίσταται) a provocare la sensazione di nausea e a far sì che Δῆμος chieda un catino ed una piuma per liberarsi da questa sensazione di disgusto, vomitando (del resto, a voler sottilizzare, se l’espressione significasse davvero ‘mi sale in gola’, non vedo perché Δῆμος dovrebbe chiedere anche una piuma per auto-provocarsi qualcosa che è già in atto e non solamente un catino per raccogliere il prodotto di tale rigurgito). Ne consegue che προσίσταται significa, come testimoniano lo stesso Platone Comico (fr. 102,2 K.-A. προσέστη τοῦτό σοι: questo sì è un locus parallelo), Plutarco (Quaestiones convivales 655 F), Polluce (V 151) ‘mi pesa sullo stomaco, mi è indigesto’, ma nel suo uso con valore figurato (e in questi casi il verbo è costruito con il dativo o usato assolutamente) e non reale. Ecco le parole con cui Plutarco (Praecepta gerendae reipublicae 801 B) introduce il frammento: οὕτω καὶ οἱ δῆμοι διὰ τρυφὴν καὶ ὕβριν ἢ βελτιόνων ἀπορίᾳ δημαγωγῶν χρῶνται τοὺς ἐπιτυχοῦσι βδελυττόμενοι καὶ καταφρονοῦντες […] καὶ πάλιν αἰτοῦντα λεκάνην καὶ πτερόν, ὅπως ἐμέσῃ, λέγοντα sequitur Pl. com. fr. 201,3 K.-A. Con βδελυττόμενοι Plutarco parafrasa, a mio avviso, προσίσταταί μοι di Platone, come dimostra l’inserimento dei due verbi nella medesima serie sinonimica da parte di Polluce (V 114 προσίσταταί μοι, βδελύττομαι αὐτόν ), nonché Ar. Ach. 585-586 τῆς κεφαλῆς νύν μου λαβοῦ,/ἵν᾿ἐξεμέσω•βδελύττομαι γὰρ τούς λόφους (scil. προσίστανταί μοι γὰρ οἱ λόφοι). Per concludere il verso andrebbe inteso: προσίσταταί μοι πρὸς τὸ βῆμα Μαντίας ‘mi fa venire la nausea Mantia <che si avvicina> alla tribuna degli oratori’ con προσερχόμενος vel προσιών sottinteso, perché facilmente ricavabile dal contesto, ovvero, cosa che non possiamo escludere, compreso nel verso seguente che Plutarco non cita: προσίσταταί μοι πρὸς τὸ βῆμα Μαντίας/< προσερχόμενος>…



Ultima modifica di Giacomo Mancuso il Gio Lug 22, 2010 8:45 pm, modificato 1 volta

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Re: Platone comico, frammento 201 K.-A.

Messaggio  Paolo Cipolla il Ven Lug 02, 2010 10:00 am

Non nascondo che l'ipotesi di Vincenzo Ortoleva mi piaceva, e mi piace tuttora, per la sua economicità e per il fatto di non intervenire sul testo tràdito; però mi sembra rilevante l'obiezione che πρός + accusativo indica un movimento, e dunque un organo del corpo verso cui un liquido fluisce e non su cui pesa. Aggiungo di passaggio che nel passo di Plutarco De vit. aer. al. non solo προσίσταμαι, ma anche ἐπιρρέω appartiene al lessico medico (cfr. LSJ s.v.); la mia impressione è che Plut. lì giochi sulla polisemia dei due termini, potendo il verbo significare "abbondare" ma anche" "affluire" (di umori corporei), e anche "scorrere" del tempo. ἀναφέρω parimenti può valere tanto "pagare, riportare" quanto "effondere, versare dall'interno" (lacrime, sangue), e anche "vomitare" (Plut. Cleom. 36,3). Dunque i debitori, vomitando/pagando a ogni stagione gli interessi, quando affluisce/sopraggiunge (ciclicamente) la rata successiva (nel testo greco è saltato un ἑτέρου), hanno di nuovo nausea e mal di testa. A me sembra però che in tale sequenza προσίσταμαι sia riferito a qualcosa di più che un "sintomo", anche perché l'interesse è assimilato proprio a un umore (ἐπιρρέω) che viene ogni volta rigettato (ἀναφέρω). Il liquido insano affluisce e si muove verso (προσίσταμαι) una parte del corpo non specificata, ma che a partire dal contesto si può immaginare sia lo stomaco: di qui il malessere, fino a quando i debitori non vomitano nuovamente. Tradurrei quindi προσίσταμαι con "fa groppo", "si accumula" (un po' più libero, ma credo che renda meglio), o anche "si sversa".

Quanto a Platone Comico, se vogliamo mantenere il testo tràdito, si può pensare che προσίσταμαι qui indichi effettivamente qualcosa di simile a un travaso di bile, come nel passo citato di Ippocrate. Si potrebbe allora intendere: "mi viene un travaso di ... Mantia alla tribuna", sicché Mantia è come l'umore corporeo molesto che si è accumulato dove non dovrebbe (nella tribuna, che sarebbe l'organo corporeo di Demos) e di cui bisogna liberarsi vomitando. Anche se la tentazione di correggere μου in μοι rimane forte, anche alla luce del ricorrere di προσίσταταί μοι in Polluce, che potrebbe - anche se non è detto - rimontare proprio a Platone Comico attraverso qualche lessico di espressioni comiche. Lascerei dunque la questione sub iudice.

Paolo Cipolla

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De cholera, Polluce et quibusdam aliis rebus

Messaggio  Giacomo Mancuso il Gio Ago 05, 2010 5:06 pm

Ringrazio il caro Paolo Cipolla per essere intervenuto in questo forum con l’acume che lo contraddistingue. Vorrei ritornare brevemente sul passaggio plutarcheo per portare alcune argomentazioni a favore della mia interpretazione; chiarire meglio il contenuto di una mia affermazione che potrebbe generare dei fraintendimenti; spendere ancora alcune parole su Plat. Com. fr. 201,3 K.-A.

Riassumo brevemente i termini della questione. In Plut. De vit. aer. 831b coloro che contraggono debiti vengono assimilati ai malati di colera che «non accettano cura, ma vomitando la medicina prescritta, poi continuano sempre ad accumulare nuovamente più malessere. E difatti costoro, mentre non vogliono essere purgati, invece sempre, ad ogni stagione dell’anno, sputando fuori l’interesse con dolore e spasmi, sopraggiungendone subito e προσισταμένου un altro, di nuovo hanno la nausea e la testa pesante…». È pacifico, come riconosce anche Paolo Cipolla, che nel contesto individuato il verbo προσίσταμαι appartiene al lessico medico. Ho proposto di intendere il verbo nel senso di invado, occupo quindi: «quando sopraggiunge e <li> (sc. i debitori) assale un altro interesse (rata)»; Paolo Cipolla (e fondamentalmente anche Carrière) preferisce assegnare al verbo il valore di admoveor verso «una parte del corpo non specificata, ma che a partire dal contesto si può immaginare sia lo stomaco» e traduce ‘fa groppo’,‘si accumula’,‘si sversa’. Pur senza voler pretendere da Plutarco l’accuratezza di un medico nella descrizione dei sintomi del colera, mi sembra, nondimeno, necessario, per giungere ad una corretta interpretazione delle sue parole, approfondire che cosa intendessero gli antichi sotto la denominazione di colera, come ne descrivessero i sintomi e l’eziopatogenesi. Se il colera descritto nella letteratura medica greca, latina e bizantina sia da identificare o meno con il cosiddetto ‘colera asiatico’, causato dal Vibrio cholerae e diffusosi in Europa a partire dal 1817, è stata questione a lungo dibattuta nella letteratura medica e alla quale pare si debba rispondere in maniera negativa. Probabilmente il colera non epidemico i cui sintomi sono descritti nella letteratura medica antica corrisponde ad una sindrome gastro-intestinale acuta di tipo simil-colerico. Gli antichi associavano tale sindrome al consumo di alcuni cibi come carne di maiale, vino aromatizzato, latte, dolciumi, alcuni tipi di cucurbitacee etc. Ciò premesso, ricordo che ciò che mi induceva ad escludere per προσίσταμαι il valore di admoveor era soprattutto l’assenza del complemento di moto a luogo. Alla proposta interpretativa di Paolo Cipolla vorrei muovere le seguenti obiezioni:


1) Se la parte del corpo (lo stomaco) verso cui si muove il τόκος può ricavarsi agevolmente dal contesto, ne consegue che dovrebbe trattarsi di nozione comune e condivisa da Plutarco e dai suoi eventuali lettori. Gli antichi, come ho detto, associavano l’insorgere della sindrome colerica al consumo di alcuni alimenti, ma non sembrano avere idee molto precise sulla ‘dinamica’ della malattia. Scorrendo la letteratura medica, mi sono imbattutto in un passo ippocratico (Aff. 27 [VI 240 L.]), relαtivo a colera e diarrea, in cui entra in gioco il ventre: Γίνεται δὲ ταῦτα ἀλγήματα, ὅσα ἐκ ποσίων γίνεται ἢ ἐξ εὐωχίης, ὅταν τὰ σιτία καὶ τὰ ποτὰ πλέω τοῦ εἰωθότος ἐς τὴν κοιλίην εἰσέλθῃ, καὶ τὰ ἔξωθεν εἰωθότα ὑπερθερμαίνειν τὸ σῶμα κινέῃ χολὴν καὶ φλέγμα, ma non credo che l’interesse che sopraggiunge e provoca la nausea possa essere assimilato all’ingestione di cibo e bevande; mi pare piuttosto che si tratti di qualcosa che agisce dall’interno. Ancor meno utilizzabile in tal senso mi sembra l’eziopatogenesi del colera fornita da Areteo di Cappadocia in SA II 15: Ἡ χολέρη παλίνορός ἐστι φορὴ τῆς ὕλης, τῆς ἐν τῷ παντί, ἐς τὸν στόμαχον καὶ τὴν χοιλίην καὶ τὰ ἔντερα. Dopo che il debitore, avendo rifiutato di assumere la medicina prescritta (i.e. evitare di contrarre altri debiti con usurai), ha vomitato parte dell’interesse maturato sul suo debito, ecco che il sopraggiungere della nuova rata gli provoca altro malessere: non mi pare si possa assimilare la situazione descritta da Plutarco all’assunzione o all’afflusso di ulteriore cibo, bevanda o materia corporea verso lo stomaco; il frasario stesso del passo distoglie da una simile interpretazione. La nozione dell’accumulo di debiti/malessere/cibo (?) sarà piuttosto contenuta nel συλλέγοντες precedente.

2) Se non ho inteso male però, Paolo Cipolla vorrebbe piuttosto assimilare il τόκος ad un ‘umore‛, ad un ‘liquido insano’. Viene spontaneo pensare alla χολή: non mi riesce di ipotizzare altro. Ma questa possibilità va incontro ad una difficoltà: nella nosografia antica del colera la bile si muove verso l’alto e verso il basso (ἄνω καὶ κάτω, in direzione dei due στόματα dai quali fuoriesce mescolata ad altri fluidi corporei, provocando la progressiva disidratazione dell’ammalato), non già verso lo stomaco (cf. e.g. Hp. Epid. V 79 [V 248 L.]; Aret. SA II 5; Cels. IV 18,1 bilis supra infraque erumpit ; Alex. Trall. Therap. II p. 321,20 Puschmann; etc.). Mi si potrebbe obiettare che allora la bile/τόκος si muove verso l’alto in direzione dello στόμα, provocando la nausea (ναυτιῶσι), ma questo processo sarebbe ‘invenzione‛ di Plutarco che non trova riscontro nella letteratura medica antica; tutt’al più la bile risalendo produce ἔμετος. E inoltre, anche volendo assimilare il τόκος ad un fluido, si può continuare a mantenere la mia interpretazione di προσισταμένου nel senso di invadentis, occupantis: in Coac. 238 [=V 636,9 L.] προσίσταται costruito con il dativo ha come soggetto, insieme con βήξ, ἀλαμώδεα πτύαλα con il valore appunto di invadunt. Aggiungo che riguardo al rapporto bile/colera le cose sono un po’ più complicate di quanto non appaia primo obtutu. Come, infatti, è stato rilevato dai moderni, le tracce di bile nelle feci e nel vomito dei malati di colera sono piuttosto rare e non rappresentano un elemento caratteristico della malattia; è anche vero che probabilmente il fluido che gli antichi designavano come χολή non corrispondeva esattamente e solamente alla ‘bile’ dei moderni e tuttavia gli antichi stessi non si dimostravano soddisfatti di etimologizzare χολέρα come flusso (ῥέω) di χολή (cf. e.g. Cels. IV 18,1), tant’è che Alessandro di Tralle (Therap. II p. 321 Puschmann) propose una derivazione del termine da χολάδες ‘intestini’ e fra i moderni il Littré (cf. Dictionnaire de mèdecine, de chirurgie, de pharmacie e des sciences qui s’y rapportent, Paris 1908 [21a ed.], s.v. choléra) etimologizza a partire da χολέρα=χολέδρα ‘grondaia, canaletta’ (cf. Hsch. χ 610, ma la glossa esichiana, testimonianza unica della forma, appare quanto meno sospetta; cfr. Chantraine, DELG s.vv. χολέδρα e χολέρα: Chantraine non fa menzione dell’etimologia di Littré, evidentemente perché non le presta credito. La questione andrebbe approfondita).


A mio parere, invece, nel nostro passo il τόκος andrà assimilato ad un sintomo. Penso in particolare al termine ὄχλος che dal significato originario di ‘folla/moltitudine‛ passa ad indicare per traslato ‘nausea, fastidio, disturbo’ anche nella letteratura medica (cfr. Hp. Gland. 12,3 [VIII 566,2 L.]; Mul. I 11,28 [VIII 44,14 L.]; Mul. II 125,6 [VIII 268,14 L.]). Il termine è spesso usato in senso proprio in associazione con composti di ῥέω (due esempi in LSJ s.v. ἐπιρρέω: rispettivamente Plat. Phdr. 229d e Theoc. XV 59; si veda anche Plut. Galb. 25,4 ὄχλου δὲ παντοδαποῦ συρρέοντος ἐξ ἀγορᾶς) e con significato traslato ricorre anche con προσίσταμαι/invado in Mul. I 11,28. Ma si può forse andare oltre e cercare di precisare ulteriormente. Il sopraggiungere del τόκος provoca nausea, come si è visto, ma anche pesantezza di capo (καρηβαροῦσι); per quel che ho potuto appurare la καρηβαρία è associata con l’abuso di vino (cfr. e.g. Sud. κ 377 καρηβαρία· ἡ μέθη; κ 378 καρηβαρῶν· τὴν κεφαλὴν βαροῦμενος ἀπὸ μέθης οἴνου) e l’abuso di vino è associato con l’insorgere della sindrome colerica (cfr. e.g. Hp. Epid. V 71,3 [V 244,22 L.]; Cael. Aur. Acut. II 19). Leggiamo Hp. Mul. I 11,28 [VIII 44,14 L.]: ὅ τι ἂν φάγωσιν ἢ πίωσιν ὄχλος προσίσταται αὐτέῃσι; mi pare che il cerchio si chiuda. Aggiungo che la mia intepretazione di προσισταμένου mi pare sottesa anche alla traduzione inglese di Harold North Fowler per i tipi della Loeb (1936, p. 335): «Similarly these borrowers refuse to be purged, and always, at every season of the year, when painfully and with convulsions they cough up the interest while another payment immediately accrues and presses upon them» che presuppone αὐτοῖς.


Voglio fare, a questo punto, una precisazione a proposito di una mia affermazione che letta seccamente potrebbe travisare il mio pensiero. Quando, nel precedente intervento in questo forum, ho definito il passo plutarcheo del De vitando aere alieno uno pseudo-parallelo per quanto attiene all’interpretazione di Plat. Com. 201,3 K.-A., volevo mettere in guardia il lettore del commento di Carrière dall’indurre, dalla maniera come lo studioso francese introduce il confronto, che l’uso plutarcheo fornisca garanzie riguardo all’usus scribendi platonico. Ammesso che in Plut. De vit. aer. 831b προσίσταμαι significhi ‘remonter à la gorge‛, cosa cui non credo, l’usus plutarcheo può, e sottolineo può, contribuire a chiarire il valore di προσίσταται in Plat. Com. 201,3 K.-A., ma il locus posto su una ideale bilancia ha lo stesso peso di Plut. Quaest. conv. 655f, da me citato. E cercare, inoltre, di dimostrare che nell’espressione προσίσταται πρὸς τὸ βῆμα Platone disattenda l’aspettativa dell’ascoltatore sostituendo πρὸς τὸ βῆμα a πρὸς τὸ στόμα con l’appoggio di un passo plutarcheo in cui di στόμα non si scorge traccia e nemmeno di πρός non mi sembra molto metodico.


Per tornare, alla fine di questo mio intervento forse troppo prolisso, all’interpretazione di Plat. Com. 201,3, non nego che la proposta interpretativa di Vincenzo Ortoleva sia plausibile in astratto (e andrà citata). Ciò che mi induce a propendere per quello che non rappresenta nemmeno una vera e propria congettura, ma un piccolo ritocco è proprio la testimonianza di Polluce. Infatti, per quanto io non ne abbia fatto esplicita menzione, non è tuttavia sfuggita all’acume di Paolo Cipolla la possibilità che Polluce attraverso qualche fonte lessicografica intermedia (probabilmente un lessico di λέξεις comiche; ma non solo, perché si possono fare altre ipotesi) rimonti proprio a Platone Comico (ipotesi che mi trova meno scettico di lui). Infine, en passant, la tentazione di correggere μου in μοι rimane talmente forte che μοι buttato fuori dalla porta rientra dalla finestra nella traduzione: «mi viene un travaso di ... Mantia alla tribuna»; dov’è finito il μου?

Giacomo Mancuso














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Re: Platone comico, frammento 201 K.-A.

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